Ho sempre provato invidia per quelle persone che sono capaci di mangiare tanto.
Personalmente, nella cucina di casa mia e per assecondare il mio stomaco, tendo al monopiatto. Può sembrare un gesto romantico, e magari lo è, ma mangiare una sola cosa per volta (e qui le quantità le decide chi mangia) e che questa cosa sia buonissima e soprattutto appagante è la molla che mi spinge quotidianamente a cucinare.
Certo, a volte una seconda portata ci sta, magari anche solo un pezzo di formaggio.
Ma sostanzialmente mettersi ogni volta alla prova, per gli insoddisfatti cronici come me, è un'attività interessante e meravigliosa, un tendere a qualcosa di compiuto che si sa irraggiungibile. Vi ricordo che stiamo parlando di cucina domestica, intimista e amorevole e dilettantistica.
Però un dato è sicuro e, applicandolo alle cosiddette meraviglie che gustiamo nei ristoranti dei cuochi professionisti, ci aiuta ad avere un quadro sempre lucido e critico nei confronti di quello che con nomi letterari ci viene servito nel piatto: la persistenza del gusto e del piacere nel palato.
Il palato è quello che per un musicista è l'orecchio.
Un piatto che è veramente riuscito è un piatto che lascia un buon ricordo nel palato. E' un piatto il cui sapore, la cui bontà pervade il palato e provoca una sensazione di bontà che sopravvive al vino col quale l'hai accompagnato, alle mille sigarette che hai fumato dopo, al pezzo di formaggio ecc.
Dobbiamo essere grati a questa persistenza.
Anche nella vita persistere è resistere e non sopravvivere.
Keep cookin'
domenica 6 dicembre 2009
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